I bambini bilingue avranno problemi nell’apprendimento della lingua madre?

Mi confronto quotidianamente con tanti genitori sul gruppo Facebook di Mamma Bilingue

E purtroppo mi accorgo che ancora oggi l’approccio al bilinguismo infantile porta con sé  paure prive di fondamento scientifico, ma molto radicate nel comune sentire. 

Questo è un vero peccato, perché spesso queste paure ci conducono a scelte controproducenti per i nostri figli.

Ecco perché sono convinta che, come sostiene Fred Genesee (docente alla McGill University a Montreal e specializzato nella ricerca sul bilinguismo), sia fondamentale conoscere i falsi miti che circondano il bilinguismo.

Soltanto così potremo prendere decisioni più consapevoli in merito al futuro dei nostri figli. 

Il bilinguismo nei bambini e i presunti problemi

Forse ti sembrerà strano, ma non molti decenni fa nel mondo occidentale, i soggetti bilingue non erano visti di buon occhio. 

Pensa che ci sono voluti studi che comparassero i livelli di intelligenza tra persone monolingue e bilingue per evidenziare il fatto che non ci fosse alcuna differenza degna di nota.

Anzi, ad oggi è ormai sdoganata l’idea che i bambini bilingue avranno più possibilità nella vita, perché potranno viaggiare senza problemi di comprensione, avranno più possibilità lavorative e maggior accesso a documenti (Fabbro, 1996).

Eppure, tra molti genitori è ancora diffusa l’idea che crescere un bambino bilingue possa portare a tre problemi principali, che poi sono tre facce della stessa medaglia.

Di quali problemi parlo?

Te li descriverò in questo articolo, per aiutarti a capire quanto in realtà questi problemi sono soltanto falsi miti, ampiamente smentiti dalle ricerche scientifiche recenti.

PROBLEMA 1: “Imparare due lingue confonde e stressa il bambino”

Questa convinzione errata sostiene il bambino esposto a due (o più) lingue può riscontrare problemi di confusione mentale.

In particolare, i segnali di questa confusione sarebbero i fenomeni di mescolamento delle lingue (code-mixing) e di passaggio da una lingua all’altra (code-switching). 

Ma chi ha sostenuto questa posizione in ambito scientifico?

Il primo sostenitore di questa teoria errata fu un insegnante tedesco di nome F. Jahn, che la espose nel 1908.

A ruota lo seguì Otto Jespersen, professore di lingua inglese alla Copenhagen University: nel 1922 sostenne che lo sforzo fatto dal cervello per apprendere due lingue limitasse l’energia necessaria ad apprendere altre conoscenze. 

Queste false convinzioni, vecchie di un secolo, sono state ampiamente smentite da numerose ricerche più recenti

Queste ricerche evidenziano come il bambino bilingue non va in confusione, al contrario, imparare più lingue per lui è uno stimolo per un miglior sviluppo cerebrale!

È vero che, dovendo distinguere tra due codici differenti, nei primi anni di vita i bambini bilingue usano maggiori risorse cognitive, ma si è visto che questo è un processo del tutto normale. 

Come evidenzia James Emil Flege (1999) “entro l’età critica i bambini possono apprendere numerose procedure relative alle diverse lingue, senza che vi siano conflitti o interferenze nella loro utilizzazione”.

Insomma, due lingue non fanno confusione, bensì ARRICCHISCONO.

Code mixing e Code switching

Queste cosiddette “interferenze interlinguistiche” fanno parte dello sviluppo tipico di tutti i bi/plurilingui. 

In particolare, il Code mixing è la mescolanza di morfemi, parole, frasi di lingue diverse, ma usati nella stessa frase. Si tratta di una flessibilità caratteristica del bilingue che la sfrutta per soddisfare il suo bisogno di comunicare.

Il Code-switching invece è il passaggio da un idioma all’altro per farsi capire meglio.

Perché si verificano queste interferenze linguistiche?

  1. Perché il bambino acquisisce la consapevolezza di parlare più lingue poco alla volta.
  2. Perché il bambino deve soddisfare il suo bisogno di comunicare e quindi preferisce usare parole da entrambi i vocabolari, piuttosto che bloccarsi perché non conosce un termine.
  3. Perché può capitare che il bambino ritenga certe espressioni di una lingua più adeguate a ciò che vuole comunicare. 

Gli studi di Maneva & Genesee pubblicati nel 2002 hanno tuttavia dimostrato che, quando un adulto gli fa notare che non lo sta capendo, un bambino bilingue è in grado di passare da una lingua all’altra istantaneamente.

Sempre Genesee ha notato come, all’interno della stessa conversazione, i bambini non passano da una lingua all’altra (code mixing) tanto spesso quanto si potrebbe pensare (nei bambini bilingue di due anni avviene soltanto il 3% del tempo).

Anche il fatto di cambiare lingua nel corso di una conversazione (code-switching) oggi è un fenomeno considerato piuttosto normale e naturale per individui che parlano varie lingue. 

Insomma, questi fenomeni di mescolamento delle due lingue, addirittura definiti in passato “spazzatura o “insalata verbale” non devono essere scambiati per un errore, una mancanza di competenze o un problema di linguaggio. 

Anzi, ad oggi si è appurato che svolgono un’importante funzione socio-pragmatica: ovvero saper usare la lingua nel giusto contesto.

E sono una grande risorsa comunicativa che il bambino usa per colmare le lacune lessicali e sintattiche!

Se il tuo piccolo di 3 anni, per esempio, unisce insieme un termine della lingua madre con un altro della seconda lingua, sappi che è sulla buona strada.

Pensa che Paolo a tre anni diceva “Sotterground”… non ti dico mia madre e mia suocera quanto erano preoccupate che facesse confusione.

In realtà questa unione di termini significa che nella sua mente le due lingue convivono e hanno la stessa importanza.

Il cervello NON è una scatola a capacità limitata: più lingue conosci, più hai facilità ad impararne di nuove.

Con il tempo la lingua madre o quella più praticata prenderà il sopravvento, ma nel frattempo tuo figlio avrà sviluppato qualità che i bambini monolingue non hanno.

Inoltre pensa a questo…

In molti Paesi del mondo crescere bilingue o multilingue è la norma.

Sarebbe quindi il monolinguismo a rappresentare un’eccezione.

Vuoi qualche esempio di Paesi che adottano due (o più) lingue ufficiali?

Canada (inglese e francese), Israele (arabo ed ebraico), India (23 lingue ufficiali tra cui hindi e inglese) e tanti altri, dai Paesi africani alla Spagna e Gran Bretagna.

Persino in Italia abbiamo diverse regioni bilingue.

Quali? 

Val d’Aosta (italiano, francese), Alto Adige (italiano e tedesco, in alcuni comuni anche ladino), Friuli-Venezia Giulia (italiano e sloveno in alcuni comuni).

Pensare che tutte queste persone bilingue crescano confuse e che i bambini bilingue diventino un “adulto imperfetto” oggi è davvero ridicolo, oltre che oltraggioso.

PROBLEMA 2: “Imparare due lingue contemporaneamente può solo aumentare le difficoltà scolastiche”

Quanti genitori hanno paura di esporre il proprio bambino all’inglese perché pensano si possa stressare e di conseguenza possa riscontrare delle difficoltà di apprendimento?

Tanti, ma è normale. 

Una certa dose di apprensione è intrinseca nel DNA di noi genitori.

Occhio però a non sottovalutare le capacità del tuo bambino! 

Infatti, l’abitudine all’uso di due lingue nell’infanzia può dargli una serie di vantaggi linguistici e mentali

I bambini bilingue infatti hanno una un’intrinseca abilità di distinguere tra forma e significato delle parole.

Questa capacità li porta spesso a essere avvantaggiati nello sviluppo della  lettura e della scrittura, ma non solo. 

I bambini bilingue capiscono prima dei monoligue che gli altri possono avere posizioni diverse dalle loro. 

Infine, grazie al loro maggiore allenamento cerebrale, sanno gestire al meglio il controllo dell’attenzione: focalizzano l’attenzione quando serve, ignorano dettagli irrilevanti, eseguono più compiti in rapida successione.

Altro che difficoltà scolastiche…

PROBLEMA 3: “Il bilinguismo ritarda o danneggia lo sviluppo cognitivo”

Per diversi anni si è pensato che “riempire” il cervello del bambino con due lingue, ritardasse lo sviluppo mentale, con la conseguenza che il bambino avrebbe appreso più lentamente.

Non solo, queste correnti di pensiero sostenevano che il bambino bilingue avrebbe raggiunto una padronanza linguistica superficiale a confronto di una persona monolingue. 

Questo perché tra il 1930 e il 1960 furono condotte delle ricerche che riuscirono a dimostrare gli effetti negativi di un insegnamento bilingue. 

Cosa arrivarono ad affermare? 

Che l’educazione bilingue rallentava lo sviluppo cognitivo (Saer, 1923; Darcy, 1946; Jones e Steward, 1951).

Come è possibile che sia successo?

Semplice: per diversi errori metodologici e per un fenomeno cognitivo molto frequente in ognuno di noi, denominato “bias della conferma”. Ovvero quella scorciatoia cognitiva che ci porta a trovare conferma all’idea preesistente in noi.

Fortunatamente, negli anni successivi, diversi ricercatori – a partire dal neurologo Wilder Graves Penfield per arrivare a Grosjean (1982), fino a Cummins (1984) e Lambert (1993) – dimostrarono l’inadeguatezza sia delle metodologie usate, sia dei risultati sostenuti.

Negli anni settanta, in Italia, i ricercatori Renzo Titone e Giuseppe Francescato hanno riconosciuto che il bilinguismo precoce non crea alcun disturbo di ordine psicologico.

Di recente poi, lo studio del professor Jacques Mehler (2009) – in collaborazione con Agnes Melinda Kovàcs della Scuola Internazionale Superiore di Studi Avanzati di Trieste – su bambini di 12 mesi, sei bilingue e sei monolingue, ha dimostrato che il cervello di un bambino esposto a due lingue risulta più duttile, perché allenato a distinguere gli stimoli verbali della lingua paterna da quelli della lingua materna, senza che le due lingue interferiscano tra loro. 

Il professor Mehler spiega che “il cervello umano ha, entro certi limiti, un’enorme plasticità e non si confonde di fronte a stimoli diversi. Dai 7 ai 12 mesi c’è un progresso e il bambino bilingue impara a gestire con successo compiti più complessi, ad acquisire e distinguere strutture linguistiche diverse e monitorarle simultaneamente in modo più efficace rispetto a un coetaneo monolingue”.

Proprio l’opposto di chi sosteneva che il bilinguismo ritardasse lo sviluppo cognitivo!

Conclusione: i bambini bilingui avranno problemi?

No, i bambini bilingue non avranno problemi, tutto l’opposto.

Avranno numerosi benefici dal loro bilinguismo. 

Come ti ho mostrato in questa disamina le ricerche scientifiche più recenti hanno smentito le vecchie credenze.

Pensa che nel 2013 due ricercatori canadesi (Krista Byers-Heinlein della Concordia University e Casey Lew-Williams della Northwestern University) hanno scritto un interessante articolo scientifico che smonta molti falsi miti sul bilinguismo, tra i quali in particolare anche il fatto che il bilinguismo precoce risulterebbe dannoso per lo sviluppo dei bambini.

Se poi pensi che il Consiglio d’Europa ha definito il plurilinguismo un requisito imprescindibile per la formazione della cittadinanza europea, puoi capire come ormai il bilinguismo sia non solo ben visto, ma promosso attivamente. 

Hai paura che il tuo bambino esposto a due lingue nel primo anno di vita abbia difficoltà a esprimersi?

Bene, sappi che se si verifica questa cosa è normale.

Sì, perché il suo cervello si sta allenando a selezionare la lingua con la quale esprimersi, a seconda del contesto nel quale si trova o del suo interlocutore. 

Il bambino bilingue inizia a produrre parole entro i due anni e a comporre frasi in entrambe le lingue entro i tre, esattamente come un bambino monolingue. 

Ho dedicato un altro articolo intero a smontare il falso mito che “i bambini bilingue iniziano a parlare molto più tardi rispetto a quelli monolingue”.

I vantaggi del bilinguismo

Altro che problemi! 

Il bilinguismo può avere soltanto effetti positivi sullo sviluppo cerebrale dei bambini.

Come ti dicevo sopra, il bambino esposto a due lingue ha un cervello più duttile, perché meglio allenato a selezionare in velocità gli stimoli ambientali strettamente necessari alla situazione contingente.

Su questa linea la psicolinguistica moderna attribuisce al bambino bilingue numerosi vantaggi rispetto al bambino monolingue, tra i quali ricordiamo: 

  1. Maggiore capacità di concentrazione 
  2. Maggiore consapevolezza dell’altro
  3. Maggiore capacità di apprendimento 
  4. Maggiore tolleranza 
  5. Maggiore capacità comunicativa 

Quindi non aspettare che la prima lingua si sia “stabilizzata” (come dicono alcuni genitori).

Inizia tuo figlio all’inglese il prima possibile (in merito puoi leggere il mio post “Quando iniziare a insegnare l’inglese ai bambini? Da subito!”). 

Perciò, se hai uno o più bimbi tra 0 e 5 anni e sei interessata ad aprire le porte di casa tua all’inglese, ecco da dove puoi iniziare: 

MAGIC TALES – Come sfruttare il potere delle storie per insegnare l’inglese a tuo figlio.

È la guida in PDF che ho preparato per le mamme aspiranti bilingue come te.

Al suo interno troverai 7 consigli che ti eviteranno inutili grattacapi durante i momenti di lettura insieme a tuo figlio.

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